EDITORIALE: Diritto di satira o cattivo gusto?

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16 febbraio 2017 di ilbroker

EditorialeIl settimanale satirico francese Charlie Hebdo ha colpito ancora. 

Non contento della vignetta pubblicata l’estate scorsa dopo il terremoto del 24 agosto – intitolata “Terremoto all’italiana” – contenente un accostamento piuttosto macabro tra vittime del sisma e piatti tipici della cucina italiana, ha reiterato il cattivo gusto pubblicandone una nuova “dedicata” alla valanga che ha sommerso l’hotel di Rigopiano sul Gran Sasso, nella quale si legge “La neve è arrivata ma non per tutti”. L’immagine rappresenta la morte – con un ghigno – che scia provocando una valanga che travolge ogni cosa.

E’ lecito pubblicare tutto ciò che si vuole o esistono dei limiti al diritto di satira? Il quesito è interessante, le reazioni molteplici.

Da una parte vi è chi giudica le vignette offensive e volgari, “un insulto a una comunità e a un intero popolo” come ha dichiarato il Sindaco di Amatrice che ha denunciato per diffamazione aggravata il settimanale satirico francese.

Dall’altra chi sostiene che il diritto di satira consista proprio nel presentare fatti veri in maniera difforme dalla realtà con finalità di paradosso.

Il nostro ordinamento non prevede detto diritto ma quello di cronaca e di critica.

Si deve, dunque, distinguere caso per caso per comprendere se dall’esercizio del diritto di satira derivi la lesione di altri diritti. 

Come strumento di denuncia del malcostume della società e della politica la satira può, talvolta, rivelarsi scomoda. Ciò che, invece, è contrario alla legge è l’attribuzione di condotte illecite o disonorevoli e la deformazione dell’immagine così da disprezzare o schernire la persona o la sua immagine pubblica. 

Spesso la satira prende di mira la religione: se l’obiettivo è un destinatario preciso valgono le regole enunciate per qualsiasi destinatario, se l’obiettivo è il discredito di un simbolo spirituale e/o religioso può integrare un comportamento penalmente rilevante.

I giudici della Cassazione non ammettono, infatti, scriminanti quando la satira sia puro  dileggio, disprezzo, distruzione della dignità della persona (Cass. n. 5851/2015), ovvero quando vengono utilizzate espressioni gratuite, volgari, umilianti non necessarie all’esercizio del diritto (Cass. n. 19178/2014) o accostamenti volgari, ripugnanti tali da comportare la deformazione dell’immagine pubblica del soggetto bersaglio e da suscitare il disprezzo della persona o il ludibrio della sua immagine pubblica (Cass. n. 21235/2013).

Ed ancora, con una recente pronuncia, la Corte di Cassazione (sentenza n. 6787/2016) ha stabilito che “Il diritto di satira, a differenza da quello di cronaca, è sottratto al parametro della verità del fatto, in quanto esprime, mediante il paradosso e la metafora surreale, un giudizio ironico su un fatto, purché il fatto sia espresso in modo apertamente difforme dalla realtà, tanto da potersene apprezzare subito l’inverosimiglianza e il carattere iperbolico”.

La satira, dunque, può essere dissacrante anche nei confronti di temi delicati come la guerra, la religione, la violenza e la morte e sicuramente il settimanale Charlie Hebdo è stato feroce, di dubbio gusto, insensibile ed offensivo verso chi è stato vittima di terribili disgrazie. 

E questo è innegabile. Mi auguro però che, dopo tanta sofferenza, si realizzi come reale conseguenza alle reazioni di sdegno una concreta spinta a cambiare, ad eliminare quelle ipocrisie sociali che ostacolano qualsivoglia crescita e miglioramento.

Avv. Gian Carlo Soave.

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